Con una guancia sull’asfalto si prese quel punto di vista. Unico. L’asfalto bagnato, che non riusciva più a farsi attraversare dall’acqua che scendeva copiosa dal soffitto del mondo, rifletteva la luce in un modo che era, al tempo stesso, stupefacente e sinistro. Da quella posizione, con la faccia per terra, era come guardare il pelo libero del mare, dell’Oceano infinito. Tutte le strade si aprivano e potevano essere prese. Tutte le possibilità erano disponibili. L’orizzonte stava lì a indicare la prossima curva, il limite da superare. Era il piolo da cui spiccare il volo oltre le Colonne d’Ercole, il salto oltre gli umani limiti. Quei colori argento e bitume, sotto una luce che era quella filtrata di un cielo torvo di nubi, tutte nembi, avevano un sapore futurista. E lui, che voleva diventare un campione, un numero uno sfidando se stesso prima che tutti gli altri, aveva del vitalismo l’inclinazione alla velocità. Quella fatta di meccanica. Di minio. Di pistoni, molle e balestre. Tutto un concentrato di ingranaggi al servizio del sangue dell’uomo in cui scorre agonismo e competizione. Voleva prendere la corsa e spiccare il folle volo. La mattina si era svegliato bagnato, di sudore. Aveva percorso tutte le curve della sua vita fino a quel momento. Aveva cambiato tutte le marce possibili. E la verità di quella onirica notte di corsa sorpassò la realtà della mattina infilando il muso affilato di denti all’interno del suo braccio destro che sentiva, ora, indolenzito. Aveva corso contro il vento che quella notte lo aveva sfidato. Il vento lo aveva cercato e raggiunto venendo dalla fine del mondo. Aveva attraversato la bocca del Leone superando Barcellona, quindi Marsiglia, indossando a mo’ di pareo tutte le vele di tutte le navi con prua che guardava Gibilterra. Aveva sorriso come uno privo di senno riempiendo l’acquario del globo di acuti e stonati fischi inumani, infilandosi tra tutte le fessure di tutte le imposte che aveva trovato di fronte. Fino a quelle della camera dove lui alloggiava battendole con divino fragore.

Lui, nel sogno che sapeva di vero, aveva visto i denti del vento disegnati dalla luce intermittente dei lampi di Zeus che entrava dai buchi della serranda non chiusa. Lo riconobbe da un casco di ombra che aveva della notte di Luna il colore e dalla tuta che aveva gonfiato strappandola al filo dove stava ad asciugare.

A prendere i tempi sul giro di quella folle corsa dell’uomo contro l’eterno aere in moto erano le Parche. A far da spettatori erano tutte le statue e tutti i putti dalle immobili ali venuti dai cimiteri del mondo dedicati agli eroi e i cui occhi brillavano del giallo dell’iride dei gufi reali.

Il vento conosceva della velocità ogni smorfia, tutte le leggi della fisica. Conosceva Venturi. Sapeva farsi mulinello al Tabaccaio, vortice al Mirabò. Accelerare dentro al tunnel di fronte al mare che si gonfiava perché la spuma dell’onda potesse scorgere l’uomo al quale il Massimo Fattor aveva tinto il sangue di olio e benzina e aveva dato l’equilibrio del surfista sugli asfalti bagnati.

Non fu facile, ma ogni giro, lui seppe recuperare terreno, seppe risalire il vento come la migliore delle barche da regata migliorando a ogni giro se stesso. Le palme che il vento piegava scornavano il vento battendo le mani loro pizzute ogni qual volta che vedevano quel casco giallo passare. E quando la pioggia mandata dagli Dei iniziò a cadere incessantemente sopra l’asfalto facendolo tutto brillare, il vento fatto spray di gocce non poté che rallentare i suoi vortici e i suoi mulinelli e lui, che aveva oramai il suo fiato a ridosso del vento, all’ultima curva lo poté finalmente insidiare. Fu un sorpasso oltraggioso. Spericolato come il volo di Icaro, astuto come il furbo Ulisse. Fu il mettere a frutto quella sua dote voluta da Dio. Le mani che da dentro a quei guanti, cuciti come i calzari di Hermes, tenevano stretto il volante dalle cui vibrazioni sapevano leggere di ogni curva il limite, si serrarono in pugni di vittoria quando lui, che aveva nel sangue l’emoglobina della competizione, in quell’ultima curva, in quel sfasciarsi delle nuvole in pioggia, lo superò mettendolo dentro all’otre della sconfitta.

Sotto la doccia quello sfasciarsi della acqua sopra alla sua testa orfana di casco e di visiera gli fece rivivere il sogno più vero. Ma le pareti della doccia che quando aveva chiuso gli occhi ricordava quadrati a mo’ di scacchiera e che parevano del sogno l’epilogo trionfante della bandiera, al riaprirsi degli occhi gli apparvero del colore serio e raccolto della Cappella di Rothko. Il luogo del silenzio dove tutti i rombi, tutte le saette, tutte le velocità si frangono in quella luce al centro per cui tutte le lunghezze d’onda sono uguali.

Michele Fronterrè, Torino